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simonettamartini.com / simonetta martini arte ©2018

Una figura femminile avanza impetuosamente e con grande tenerezza da destra a sinistra. È in corsa su uno sfondo di terra rossa, dalla testa un velo bianco e azzurro forma uno svolazzo ondeggiante, nella mano sinistra stringe un ramoscello verde e un secondo velo ondulato di colore rosa. Il profilo del busto, del volto e della destra si leva su un fondo turchino. Mare o cielo? La mano è protesa in avanti impulsivamente. Dall’estremo margine sinistro del quadro esce un’altra mano. Questa pittura sorprende. Offre un impatto immediato al primo sguardo e subito si percepiscono almeno i primi due livelli di lettura. Uno è la figurazione eloquente, l’immagine raffinata e popolare sul modello dei maestri medioevali che troviamo anche in altri dipinti: l’uomo, la barca, il lago, la donna, la collana con una sola perla, la conchiglia, il vestito a pieghe. Il disegno è largo e riassuntivo, di una solenne complessità. Risente, tra i moderni, di Balthus o del Novecento italiano; tra gli antichi, delle tradizioni arcaiche illustri.

Il secondo è la presenza di una carica meditativa a strati limpidi e misteriosi. Non conosciamo il proprietario della mano. Non conosciamo l’origine. Le tue mani stanno per incontrarsi. Qualcuno dona soccorso e vita. Chi dei due? Chi dà e chi riceve? Forse è un’offerta reciproca, fatta con amore e slancio vitale. È una scena di fidanzamento. La distanza è così piccola, lo slancio così grande che la festa di fidanzamento sta congiungendosi in una scena di nozze. Può anche essere altro. Un essere umano femminile si aggrappa a una potenza divina. Probabilmente è un Dio trascendente, infatti la sua mano entra nel mondo dell’esperienza, ma il suo essere rimane al di là del confine visibile. La trascendenza, di solito la raffiguriamo dal basso verso l’alto: le creature terrestri stanno in basso, Dio creatore sta in alto. Qui il rapporto non è verticale, ma orizzontale. Questo essere è forse sulla terra. Se messo sullo stesso piano.

Nella medesima sala assistiamo a una scena regale. Si intitola “l’ultima danza”. Un re e una regina in abiti solenni, stilizzati e magici come il re e la regina delle carte da gioco (che contengono residui di rituali sacri preistorici), danzano stretti tra due gravi tende simmetriche, su uno sfondo di cielo vuoto. L’artista lavora per intuito. (...) Simonetta Martini ha dipinto la Coppia regale in marrone dorato, qualcosa che è terra friabile e spiritualizzata. Su altre tele ha usato un blu di cielo notturno o un rosso di porpora imperiale: è un’unità di natura e spirito. Una sintesi vitale. I dipinti di Simonetta Martini emanano un’emozione suggestionante. Impongono silenzio e pretendono lunga e intensa attenzione. E hanno la forza artistica occorrente per ottenerla.

Giuseppe Curonici

Guardando queste immagini i pensieri mi si affollano, il sentimento è duplice; la forza dell'accoglienza con cui le figure dipinte da Simonetta Martini ti invitano e la sensazione di essere un intruso dentro un recinto la cui intimità è custodita e segreta.

Uno spazio haram, dove l'inaccessibilità non Ë garantita da schiavi nubiani o dal contrappasso legale, ma dal silenzio della grazia.
Questo oriente dell'anima, oriente senza esotismo, è pervaso e saturo di sguardi, di meditazioni; da fuori penso che sia quella zona del femminile che da un lato si offre nell'ospitalità della tenda, nella cura gentile, nel regalo prezioso, dall'altro sembra bastare a se stessa.
In entrambi i casi ha la dimensione del mistero.
Ho spesso pensato, guardando i dipinti di Simonetta, al tempio interiore femminile, al radicale e profondo rovesciamento che esonera in qualche modo la donna dal pubblico, dall'assemblea, dalla liturgia, essendo in se stessa assemblea, edificio e sacrificio.
Certo è una radicalizzazione delle differenze, ma rimane il senso di una comunità interiore alla quale si è sempre estranei, tranne quando se ne è ospiti per il breve tempo dell'incontro.

Mario Pandiani

Dall'ultima delle sue alture, dal Nebo che si sporge sulla valle terminale del Giordano,

Mosè guarda la terra promessa, anche se non a lui. La giornata dev'essere magnifica, si

vede anche una striscia lucente di mare "ultimo", nome del Mediterraneo in lingua sacra.

La scrittura presenta i territori secondo un ordine che va da nord a sud. Dal punto di

osservazione di Mosè la terra scorre da destra a sinistra, proprio come fa il rigo ebraico

che legge secondo il verso opposto al nostro. Mosè mentre guarda la geografia promessa, anche legge. Legge la storia d'Israele in quella sua terra fatidica.

Scrivo questo dettaglio perché la pittura di Simonetta Martini è per me avvento di figura e verso di scrittura.

C'è un andamento da destra a sinistra nella sua fabbrica visiva. Essa percorre un campo

precedente, un antefatto che si rapprende in una forma, l'ultima, quella che il pescatore

di corallo stacca dal fondo per sempre. La visione di Simonetta Martini è sgranata da erosioni. Il tempo è passato come un dito su un rigo molte volte, consuma le lettere, macera i colori. La terra non è giovane, il cielo è un vecchio rotolo di pergamena che si ripiegherà. La specie umana, femminile per vocazione e maschile per necessità, è l'ultima del turno.

Le facce di Simonetta Martini tornano indietro: da una modernità smorfiosa negli sguardi prima che nella mimica, a una tensione immota, a un archetipo al quale tentò di appartenere il solo attore capace di maschera facciale, Buster Keaton. Il muscolo corrugatore di sopracciglio, il depressore del labbro inferiore, il risono hanno raggiunto nella facce di questa pittura un tempo anteriore, in cui erano assorti dentro una compostezza religiosa e animale.

Le bestie stanno in queste figure dentro una misteriosa parità. Una offre una perla da

becco a bocca, un'altra scambia il suo perfetto profilo con la donna di fronte, un'orsa

abbraccia chi l'abbraccia. Ammettono una fraternità che non viene da addomesticamento. E il genere maschile, recessivo nell'iconografia di Simonetta Martini, sta in disparte

e muto davanti alla gravida che beve, che versa vita sopra vita e ha nei fianchi la forza

dell’attesa.

Gauguin cercava il prima nelle oceanie, Simonetta Martini risale a un alfabeto scritto

sopra ai corpi, che Adam sapeva leggere quando nominava il mondo, creature e cose, per

la prima volta. Per un passante è incomprensibile la grazia che grava sulla mano di questa pittrice, la regola che la immorsa e non le fa inventare niente, solo riprodurre le stazioni della sua feroce tenerezza. Chi si accosta alla sua opera credendola mitezza, si

ustiona, chi la fraintende in stato di quiete deve ascoltare nelle orecchie lo sciame furibondo delle api. Simonetta Martini è incandescenza pura.

Erri De Luca

Vous êtes d'abord assourdi par un silence: et ce silence vient de quelque part où vous n'avez pas coutume d'aller. Vous êtes face à une profondeur de mutisme qui presque vous dérange - tant l'éclatante cacophonie de ce temps vous a déshabitué d'écouter avec les yeux. Vous êtes devant la respiration du commencement. Ce qui palpite là presque miraculeusement n'a jamais été oublié; l'art, trop d'art l'a seulement recouvert jusqu'à en effacer la trace. Chaque toile est ici l'encadrement d'un secret; chacune semble construite autour d'un noyau de mystère. Nulle trace d'ambiguïté, cependant - et qui aurait songé d'abord à Balthus délaisserait aussitôt la comparaison: nul trouble, ici, hormis ce tressaillement de l'instant suspendu. La Chute n'a pas eu lieu. L'enfant voyeur ne voit rien d'autre que ce qui se montre, c'est-à-dire le geste le plus quotidien qui se puisse imaginer. Pourquoi dès lors cc baiser, ce serrement de mains, ou ailleurs ce corps nu de femme étendu sur le sable, devant un paysage d'Italie, ont-ils aussi valeur d'archétype? Pourquoi, devant la simplicité, la naïveté presque de ces scènes en apparence banales, sommes-nous saisis d'une étrange émotion? Que reconnaissons-nous là - dont le surgissement nous enchante? Le sacré ( cette autre dimension de l'infini et de la mort) ne se laisse pas facilement piéger par la représentation, et aujourd'hui sans doute moins que jamais. Vous vous dites: c'est pourtant bien cc qui rayonne ici de l'intérieur même du tableau, de cc bleu qui est comme la matière du silence, de cette contiguïté du jaune et du vert, de la douceur confondante de ces visages qui n'en forment plus qu'un - de cet or répandu... Vous vous dites que c'est ce qui dans cc tableau ressemble à une icône, ce qui dans ce tableau ressemble à une Visitation qui lui donne cette «admirable profondeur» disparue après le siècle de Giotto ou de Fra Angelico. Que ce qui vous trouble, sur cette autre toile figurant la femme couchée devant un paysage napolitain, c'est précisément le souvenir que Ce paysage ravive en vous: ces corps éternisés par les cendres du Vésuve, dont vous avez vu les moulages au musée de Pompéï. Vous vous dites: la simplicité est parfaite coïncidence du trivial et du sacré. C'est lorsqu'une telle simplicité est atteinte que l'art SC change en prière.

Sylviane Dupuis

La pittura di Simonetta Martini, apparentemente arcaica, comunica grande vicinanza al nostro tempo e trasmette schiettamente grande emozione.
 

Gianni Realini

L'arte moderna è nata sotto il segno della rottura e della discontinuitÀ: non solo contro l'immobilismo delle istituzioni accademiche ottocentesche, ma anche contro il concetto stesso di arte e, conseguentemente, anche contro la "tradizioni del mestiere". Uno strappo che in qualche modo fu platealmente bellicoso e dissacrante (non per nulal si fregiavano del nome di avanguardie!), ma pure là dove le cose si svolsero in maniera meno violenta e polemica, si trattò comunque di un radicale cambio di orizzonte che, ripreso ed incrementato dalle avanguardie di metà Novecento, conclusie con il definitivo superamento non solo del naturalismo ma della fgurazione stessa, avvertita non di rado come un ingombrante retaggio o una grand elimitazione.

Rispetto a quella temperie storica – messa qui a fare da fondale ai suoi anni formativi – l'arte di Simonetta Martini fi dai suoi esordi spicca per il suo andare controcorrente  e per immetterci in un clima assai diverso: non solo perché non vi si avverte alcun tono aggressivo, anzi, un'aura di grande tranquillità e pace; ma soprattutto per il fatto che si riposiziona subito, senza alcuna esitazione, dentro il solco di una millenaria pittura figurativa (peraltro non mai definitivamente tramontata) di cui accoglie tanto la manualità del mestiere (nei decenni passati spesso ridotta al minimo o delegata a collaboratori) quanto il ritorno alla "aborrita" narrazione.

Lo stacco è così marcato da dare l'impressione, fallace, che il suo cammino non abbia a che fare con la storia che lo precede. E invece anche la sua arte deve molto alle modalità espresive rivendicate dalle avanguardie del moderno: nell'uso libero ed emozionale del colore, nell'emancipazione dello spazio pittorico, nel ricongiungimento con il primitivo e l'arcaico o con l'essenzialità del disegno infantile; più in generale: nella concezione della pittura come espressione e visualizzazione di un mondo interiore, soggettivo, non vincolato né costretto da necessità mimetiche.

Dal moderno, Simonetta Martini ha dunque saputo attingere quanto le serviva: dall simbolismo come dal fauvismo, dai Nabis quanto dall'arte primitiva; ma, come dicevo, ha poi calato tutto questo dentro il flusso di una pittura e di una storia che sembrano venir da molto lontano, da profondità remote. Ieri più di oggi si potrebbe dire, dal momento che negli ultimi anni è andata progressivamente azzenuando l'aspetto misterioso e fantastico del racconto – dalle intonazioni talvolta anche remote o sacrali – per accentuarne invece la componente naturalistica e descrittiva, specie del paesaggio.

Eppure, dietro le mutate apparenze, anche in questi suoi ultimi dipinti perdurano alcuni tratti tipici delle sue precedenti pitture: in particolare quel loro sapore che ne faceva un'arte povera, moderna ed antica ad un tempo. Antica per via dei toni morbidi e dei colori scialbati che richiamano i grandi affreschi strappati ai muri e alla consunzione del tempo o per i ritmi lenti e le ampie campiture di colori-terra marezzati qua e là da increspature e velatureleggere che, mentre attenuano la fisicità dei corpi ed i contrastitra luci ed ombre fino quasi a dissolverli, accentuano il fascino diuna narrazione dalle atmosfere ovattate in cui spazio e tempo si allentano. Ed antica anche per l’ampiezza dei formati, per l’implicita monumentalità dell'opera, per la ricca tradizione non soloiconografica di cui si avvale e a cui si richiama. Ma quasi a compensare l’altezza del rimando; è anche una pittura dalle connotazioni volutamente povere: perché fatta di sottili trame paziente-mente lavorate come in un panno tessuto a mano, e di materialipoveri e vecchi come il mondo, i più semplici e naturali possibili,impiegati nel modo più diretto che è anche il più vecchio: pigmenti naturali e caseina che l'artista dispiega su vecchie lenzuola frullanti alle correnti d’aria di casa, non diversamente dalle stoffe colorate appese dentro le tende nomadi nelle steppe della Manciuria o del Caucaso: che basta arrotolare e prender sottobraccio o deporre sul carro per portarle via con sé.

In effetti la desacralizzazione non dell’arte, ma dell'oggetto artistico diventato feticcio e investito di valore economico, va di paripasso in lei con l’idea di vita e di  arte nomade: come continuo cammino ed esplorazione, come tensionee possibile approdo. Dove? Verso chio cosa? La risposta è nelle pieghe della pittura. Avolte può esser semplicemente l'incontro con un orizzonte lontano, con un cielo avvolto nelle luci del tramonto o dell’aurora oppure con lo sconfinato aprirsi del mare, là dove c’è Finisterre. Talora è invece nell’immagine (rovescia!) di un cielo e di una donnache leggi nel riflesso di un canale, dove tu guardi in basso ma per vedere in alto, ed in un attimo cielo, terre ed acque si incontrano; oppure in un andare di uomini, donne ed animali verso unastessa meta, fuori campo ma che sembra chiamarci tutti verso un comune punto lontano. Immagini sostanzialmente non diverse daquella della gazza che suggerisce misteriose parole all‘orecchio della ragazza intenta al cucito o dell’orsa buona e manAl punto che la permanenza dello sguardo conferisce alle immagini di paesaggio le connotazioni di una “natura in posa", mentre le scene di apparente quotidianità femminile, quali il portare un secchio dell’acqua (9), il leggere (10)0 il cucire, il dormire o il vegliare, non solo sembrano travalicare i confini della tela per diffondere il loro respiro nello spazio circostante, ma si caricano anche di suggestioni sottili e sottese. Gesti, pose o azioni, presenze o assenze, attese, sembrano infatti alludere a significati o sviluppi che vanno oltre le apparenze del fatto narrato: acquisiscono valenze simboliche e vitali, si rivestono perfino di un'aura di sacralità. Più che l'elemento visivo o narrativo in sé, è dunque l’impatto emotivo a far nascere in lei e a qualificare la pittura. Non ha importanza se tale suggestione sia colta in tempo reale o solo immaginata, sia stata da lei effettivamente provata o non sia piuttosto un’aspirazione, derivi dal versi amati di un poeta, dal fascino di un celebre dipinto o dalla malia di una musica; non ha importanza da dove provenga, se da parole millenarie come quelle del grande Cantico o attuali come quelle di Thomas Eliot, da letture vecchie come il mondo o da recenti esperienze di viaggio ai confini di un'alba boreale: perché la vita lega e amalgama tutti questi momenti, quello che conta è invece una certa sensazione, un’atmosfera di fondo che ritorna costante e si riattualizza sempre. A ben guardare, la durata dello sguardo che caratterizza la sua pittura è la durata di una domanda o di una attesa non solo sua, ma che attraversa la storia dell’intera umanità e si legge perfino negli sguardi attoniti dei morti-vivi di Fayum. Memorie personali e collettive, storie di popoli e culture travalicano allora i limiti del loro spazio e del loro tempo per fissarsi in una dimensione di atemporalità sovra storica e sovra culturale in cui usi, costumi e tradizioni diversi vivono serenamente l’uno accanto all’altro: e il richiamo biblico sta vicino a quello della grande cultura araba, gli uomini vivono in pace con i loro animali, il reale si mescola con l’immaginario, mentre la dolcezza della sera prelude alla tenerezza della notte. Al pari della vita, anche la pittura di Simonetta Martini vive su un bilico, ma senza drammi interni, è trasversale e transitiva: non fa questione di stili o movimenti, non si attiene a un modulo, li attraversa, se ne avvale per quel che le serve, ma trova poi il suo baricentro in una visione e in un'aspirazione di vita che li trascende ed unifica. Nel mondo odierno in cui parole e suoni, rumori e frastuono sono incessanti, a volte c’è un grande bisogno di posa e di silenzio. Ci sono però silenzi e silenzi: quelli inquietanti del timore o della paura, quelli devastanti della solitudine o dell’emarginazione; ma ci sono anche quelli vitali della contemplazione e del raccoglimento. Sono silenzi fatti di sguardi e di ascolto, che rivelano profondità nascoste, aspetti meno appariscenti ma sostanziali della vita.sueta che sulla sua groppa riporta docilmente la giovane donna verso casa. Per quanto uomini, animali ed alberi che compaiono nel-
le sue tele abbiano una loro immediata e naturalistica leggibilità, l’osservatore percepisce che, anche negli suoi ultimi dipinti, la sua figurazione va per altre strade rispetto a quella di coloro che hanno fatto della fedeltà all’oggetto il fine della loro arte. Perché, in realtà, anche la sua pittura apparentemente più naturalistica, quando coglie nel segno, non si arresta là dove apparentemente finisce, scavalca la rappresentazione mimetica del momento presente e sembra invece preludere ad un altrove dentro il quale sta l’implicito e il non detto.

Analogamente, c’è un’arte che vive sul pelo dell'onda, sull’istantaneità del presente: si muove rapida e leggera, in tempo reale, con il variare dei tempi, del vento e delle burrasche, degli stili e delle mode. Ce n'è però anche un'altra che guarda altrove e viene da molto lontano, smuovendo suggestioni che sembrano emergere da antichi fondali marini. A questa categoria appartiene la pittura di Simonetta Martini: la quale tende a sgravare l’immagine da ogni elemento superfluo. per distillare un’essenza che può anche essere un’assenza, e condensarla in una sensazione “che renda l’immagine fedele al proprio sentire.” La sua arte porta dentro di sé il sentimento di un’attesa, di un continuo tendere a qualcosa che sta oltre, ma che a volte è anche estremamente vicino: il fasci- no sorprendente della natura, la docile pazienza dei feroci bisonti quando è la lunga ora della neve, la naturalità della vita e la serena convivenza tra uomini, donne ed animali, l’idea di continuità e ciclicità, il tendere comune verso terre ignote, foriere forse di nuovi pascoli ed erbe. Come nel caso di quella donna che se ne va tranquilla al guado (guida o è guidata?), in compagnia di cervi amici che sembrano tracciarle la via. Verso dove? Verso quale meta? Forse la risposta è lì, in quell’altra immagine di donna (sono sempre loro le protagoniste della sua pittura) che audacemente spinge la sua fragile barca fino agli estremi confini del mondo, là dove più oltre non si può andare e terra, acqua e cielo sembrano co-fondersi in unità che sconfina nell'infinito che sta dietro. Lì tempo e spazio sembrano dissolversi. È quella la soglia su cui Simonetta ci porta: dove antico e moderno. ed eterno, si rinnovano di continuo.

Claudio Guarda